. Olimpiadi di Italiano

Comunicazioni

Giornata mondiale del Libro Unesco

di Ugo Cardinale

Il libro ha segnato un importante momento di passaggio per la nostra civiltà, consentendo la dilatazione della memoria collettiva, prima affidata alla sola tradizione orale. Non saremmo quelli che siamo se non avessimo creato questi supporti indispensabili al nostro cervello, capaci di farci uscire dalla semplice percezione del reale e di allargare all’infinità del possibile il nostro universo cognitivo e immaginario. Platone nel Fedro aveva espresso timori che la memoria potesse essere danneggiata da questi mezzi che non facevano che indebolirla e irrigidirla. Ma la rigidità del testo che conserva traccia del suo autore ha consentito invece di arrivare a riconoscere il diritto d’autore e di sviluppare quella consapevolezza critica dell’alterità tra presente e passato da cui è nata la filologia. La tradizione orale si è potuta conservare, allargare e rivedere soprattutto quando è stata trasmessa attraverso i libri.

Per questo ben venga questa giornata mondiale dell’Unesco dedicata al libro che ci consente di apprezzare questo viatico indispensabile per la nostra vita e di auspicarne la più ampia valorizzazione anche nella nostra era dei devices elettronici.

Liber è la scorza interna dell’albero che essiccata venne usata per imprimere i caratteri dello scrivere. I supporti della scrittura sono cambiati nel tempo, dal papiro alla pergamena alla carta stampata, ma, nonostante i cambiamenti epocali segnati dalle varie fasi, la dialettica tra oralità e scrittura non è mai venuta meno. Oggi, nel pieno sviluppo del processo di digitalizzazione, si teme la scomparsa del libro, ma è forse un allarmismo ingiustificato: potrà cambiare il supporto tecnico, ma non il mondo delle parole che gli uomini si scambiano e la volontà di salvarne la memoria.

«I libri, come sostiene Steiner, ibid., sono la chiave d’accesso di cui disponiamo per arricchire la nostra esistenza […]. A cominciare dai sumeri, i libri hanno avuto il compito di raccontare l’incontro dell’uomo con Dio. Assai prima di Catullo, sono stati messaggeri dell’amore. […] hanno incarnato il sogno supremo di una possibile vittoria sulla morte. L’autore è destinato a morire, ma le sue opere resteranno dopo di lui più solide del bronzo, più durevoli del marmo: exegi monumentum aere perennius. Finché un testo sopravvive, da qualche parte sulla terra, anche in un silenzio ininterrotto, è sempre capace di risuscitare.» (pag.11-12)

Ma il rischio dell’oblio è sempre possibile. Come ricorda Lucio Russo (La rivoluzione dimenticata , Milano Feltrinelli 2008 ), alcune testimonianze del pensiero scientifico nell’età ellenistica furono abbandonate a causa di una perdita della memoria collettiva. Ci può essere il rischio anche di un oblio selettivo, deciso da un organismo come un grande Fratello che ci sovrasta e non da noi. Non si può dare per scontata la sopravvivenza del libro senza il concorso della nostra volontà di renderlo ancora vivo.

Ma per molto tempo il possesso del libro è stato appannaggio delle élite, un segno della divisione sociale.

L’era Gutenberg ci ha consegnato il libro stampato, che ha accelerato il processo di alfabetizzazione, ma non lo ha completato. Per molto tempo il libro non è stato un bene comune nelle nostre società. La biblioteca, con le sue vetrine, i libri d’arte sono stati un segno di distinzione sociale. Anche le differenze di natura tipografica tra i libretti popolari, stampati male, destinati ad una lettura disincentivante, lenta, senza pause o coltivata nelle veglie comunitarie, e i libri colti, piacevoli alla vista per il nitore della pagina e gli artifici di supporto alla lettura, hanno reso lento il processo di evoluzione democratica della pratica del leggere.

Nonostante le battaglie del secolo dei Lumi, ancora negli ultimi due secoli mancava, al di fuori dell’élite borghese, una mentalità di conservazione del libro. Ancora nel 1973 (A Petrucci, G. Barone, Primo: non leggere, Milano, Mazzotta, 1976) il 42% dei nuclei famigliari non possedeva alcun libro e soltanto il 6% risultava in possesso di una sia pur minima biblioteca privata. L’esperienza di lettura, quando esisteva, visto l’alto tasso di analfabetismo perdurante, non era legata al desiderio e al piacere, ma era ridotta per lo più a fatica di Sisifo per esorcizzare il maloccchio analfabeta.

L’etimologia della parola ‘leggere’ può rendere conto di questa duplice esperienza connessa ad una pratica, che non è naturale, ma appresa; che può apparire come «una forma di fellcità» (Borges), «un remède contre les dêgoût de la vie» (Montesquieu), ma anche «privilegio di una piccola minoranza» (Jakobson).

Nell’etimologia prossima del verbo legg-ere c’è il verbo latino leg-ere, nel significato di accostare le lettere, prolungato esercizio di decifrazione delle lettere, accostate le une alle altre senza segni di interpunzione (legere oculis), quel modo stentato e frustrante proprio del principiante, mentre nel verbo analogo greco légein c’è anche un altro significato, che è quello di “dire, raccontare, discorrere”, da cui léxis, parola, come espressione del Logos. L’operazione cui rinvia il verbo latino implica soprattutto uno sforzo faticoso, poco gratificante, sotto lo sguardo severo del maestro, ma c’è un altro significato del verbo latino, presente anche in greco e nella radice indoeuropea Leg-, che è quello di scegliere.

Guardando quindi anche all’etimologia remota, si può scoprire un altro aspetto più pregnante della parola ‘leggere’ che rende conto della sua ricchezza connotativa. Leggere nel senso di ‘scegliere’: scegliere indizi, chiavi per comprendere il significato di un testo. Leggere come attività ermeneutica, che assomiglia un po’ alla traduzione, un avvicinamento all’infinito all’interpretazione del testo nella consapevolezza che comunque essa non è mai definitiva ed è destinata a sfuggire. Attività dialogante, quindi.

«Il lettore impegnato collabora con l’autore. Comprendere un testo, «illustrarlo» nel quadro della nostra immaginazione, della nostra memoria e della nostra rappresentazione combinatoria, equivale, a ricrearlo. […] I nostri momenti di intimità insieme con un libro, dunque, sono a tutti gli effetti dialettici e reciproci: leggiamo un libro, ma, più profondamente forse, è il libro a leggere noi» (G. Steiner, ibid, p17)

Ed è proprio quest’ultima attività inesauribile di scoperta di senso che rende il libro uno strumento necessario e una fonte di piacere insostituibile. Il libro diventa così quel bene prezioso che può nutrire l’anima, un cibo indispensabile.

La lettura diventa un’attività coltivata in solitudine, ma capace di essere socialmente eversiva di fronte alle logiche dei poteri dispotici, spesso attraversati da spinte iconoclastiche. Ma la lettura può essere anche un’esperienza di condivisione, quando si manifesta come una pratica coltivata fin dall’infanzia e continuata nella scuola attraverso il piacere di manipolare, toccare, fruire del libro.

Il libro diventa così per il bambino, non solo un oggetto funzionale per il tempo dell’obbligo, ma l’oggetto transizionale, un primo oggetto simbolico, che non è la madre, ma la rappresenta per lui, che gli apre lo spazio a quell’esperienza dell’immaginario, che può essere fuga dal reale, ma anche prima trasformazione del reale.

Se la madre e il padre hanno partecipato a queste attività, non fosse altro che raccontando delle storie al bambino la sera, prima della separazione della notte, essi gli avranno fatto scoprire le possibilità estensive dell’onnipotenza. Allora, in un secondo momento, il bambino potrà internalizzare la storia, vivendo una fantasia cosciente, derivata dall’inconscio e dalla rielaborazione e metamorfosi delle attività transizionali.

Ma la possibilità che i bambini, nelle relazioni affettive con i genitori, sviluppino il linguaggio del gioco, la dimensione dell’immaginario, oltre al linguaggio fattuale che accompagna l’azione, dipende dalla disponibilità, legata alla modalità di «uso del tempo», che i genitori hanno di perdere tempo (nel significato dell’otium classico) con i loro bambini.

Solo una precoce scuola dell’infanzia potrebbe compensare la carenza di questo momento formativo. Era ancora molto diffusa l’assenza dei libri nel mondo contadino e nelle case degli operai nell’Ivrea del secondo dopoguerra quando Adriano Olivetti fece la scelta rivoluzionaria di creare gli asili nido d’avanguardia e una biblioteca per i dipendenti della sua fabbrica, fruibile in tutti i momenti anche durante le pause del lavoro.

Quella politica, fondata sull’ideale di Comunità, sembrò a molti visionaria e irrealistica, ma non era che profetica e lungimirante: solo la partecipazione di tutti al mondo dei libri può realizzare una società veramente democratica.

Siamo vicini alla sua realizzazione?

Sembra che gli strumenti di Internet abbiano creato una biblioteca virtuale orizzontale alla portata di tutti, ma la democratizzazione è illusoria. Lo strumento è potente, ma la globalizzazione è solo un prerequisito. Le barriere d’accesso si sono indebolite, ma la facilità non è un vantaggio. Altre fonti seduttive possono essere concorrenti della lettura, che richiede comunque concentrazione e riflessione.

Eppure paradossalmente sembra che si siano create le condizioni favorevoli per una riscossa inaspettata del libro.

Il bisogno di una biblioteca, non luogo di isolamento per intellettuali monastici, ma un luogo aperto alla fruizione di tutti, si è fatto sentire particolarmente nel momento dello shutdown per la pandemia del coronavirus. Mai come in questo tempo di forzata solitudine si è capita l’importanza della cultura, conservata nei libri, nelle opere d’arte, negli e-book, negli audiolibri, quella cultura che, come ha ricordato Stefano Massini a Piazza pulita e su Repubblica,11 aprile 2020 ,«ci coccola l’anima, ci fa capire che non siamo fatti solo del tempo del lavoro e dell’obbligo».

Non a caso non è sembrato strano che, nelle previsioni di ripresa delle attività economiche dopo il lockdown, il governo abbia pensato di mettere al primo posto la riapertura delle librerie.

C’è da sperare che si stia attenuando quella cesura tra élite intellettuale, che deteneva il monopolio della cultura e del potere, e il popolo ignorante, da indottrinare, retaggio dell’epoca della Controriforma. Nonostante la presenza di un populismo rozzo che arriva alla più assurda ignoranza del terrapiattismo, questo “bisogno di cultura come il pane” (Michele Serra in Repubblica, 11 aprile 2020) è un segno importante del cammino democratico che sta facendo la nostra società. C’è bisogno di libri per consolare il presente e progettare il futuro.

E se la situazione che ha imposto il distanziamento fisico avrà prodotto l’accelerazione dell’integrazione online dei circuiti delle biblioteche, la diffusione dei blog e del dialogo virtuale, non sarà più impensabile quel sogno che i libri possano entrare in tutte le case, ancora utopistico sessanta anni fa, quando T.De Mauro conduceva la sua battaglia per l’educazione linguistica a partire dall’infanzia, come requisito indispensabile alla crescita democratica del Paese.

E quale via migliore per realizzare quel sogno di quella intrapresa da varie fondazioni culturali e dalle biblioteche, divenute punto di riferimento per mantenere contatti virtuali tra libri e lettori, anche quando si sono interrotti quelli fisici?

Per questa giornata mondiale del libro vorrei proporre di dedicare una particolare attenzione a un libro, per lo più negletto e ignorato, ma capace di resistere ai colpi di fortuna e di aprire impensabili orizzonti.

Vorrei spendere due parole per ricordare l’importanza dei dizionari, custodi delle parole. Me lo ha fatto pensare mia cugina, grande lettrice e amante della cultura, nata in una famiglia di contadini operai che non possedeva libri in casa. Qual è stato il primo libro che ha cominciato a leggere per aprirsi al mondo?

Il libro su cui si è formata, in mancanza di altro, in un clima di astinenza, oggi impensabile, è stato il vocabolario, un libro, che sembrerebbe uno strumento arido e noioso, ma che ha consentito a lei la leggerezza del volo verso il mondo inesauribile delle parole, specchio dell’universo.

Non a caso Gesualdo Bufalino scriveva :«Fossi più giovane, non dico l’oceanico Battaglia-Barberi Squarotti, ma questo più maneggevole DIR, di Angelo Gianni, lo leggerei da cima a fondo. Così nuova ne è la struttura, per grappoli di vocaboli, ciascuno incalzato e descritto in ogni sua radice e propaggine. Con sorprese, colpi di scena comici e tragici, manco si trattasse di uno degli Atridi o dei Rotschild. Sicché ogni parola si fa personaggio, prolifica, si ammala, muore, risuscita, contagia del suo metarmofico DNA un incalcolabile stirpe di eredi, genera interminabili guerre di successione. Robe da romanzo», Bluff di parole, Milano Bompiani, 1994, p.22.

Oggi , immersi in un’inondazione bulimica di stimoli, non è più possibile coltivare il libro nel silenzio e in solitudine, gli adolescenti rifuggono dalla lettura, se evoca il fantasma di « un essere informe, o troppo magro o troppo grasso (comunque non molto in salute in quanto, ovviamente, non fa sport), chino su una scrivania, al buio, solo, con la fioca luce di una lampada a rischiarare le pagine giallastre su cui sta perdendo la vista (indossa infatti, il più delle volte, occhiali a fondo di bottiglia). Non ha amici, non ha fidanzato/fidanzata, si veste da anziano e ha perso ogni contatto con la realtà, tant’è che quando parla non lo si capisce.» (Beatrice Eleuteri, dottoranda di ricerca dell’Università Roma tre, Il fantasma del lettore. Libro e biblioteca nell’immaginario adolescenziale), ma, nel clima di socializzazione favorita dagli incontri con altri lettori, l’esperienza della lettura diventa quella di un simposio platonico in cui giovani e meno giovani , anche quelli provenienti dai contesti culturalmente deprivati, devono poter parlare di storie, di esperienze, di opinioni, una piazza per incontrare i libri, una biblioteca per cucire il proprio habitus di lettore su misura, “svecchiandolo dalla vecchia immagine topesca”.